Introduzione
Fra i vari trattati apparsi
fra il tardo Medioevo ed il Rinascimento, le Istitutioni
Harmoniche di Gioseffo Zarlino occupano un posto
di particolare rilievo, a causa del credito di cui
godette il loro autore, al quale la vastissima erudizione
e la padronanza del greco (usato in numerose citazioni
nel corso del libro) conferivano un'aura di auctoritas
indiscutibile (anche se non sempre indiscussa, ad
esempio a proposito della teoria dei 12 modi). Il
trattato si conquistò presto "il ruolo
di summa del sapere musicale cinquecentesco"
(P. Da Col), fu tradotto all'estero in più
di una lingua straniera e citato ancora fino al Settecento.
La statura scientifica del suo autore conferisce all'opera
un respiro che spazia ben aldilà delle pure
e semplici questioni pratiche relative alla musica
intesa come arte di chi suona, canta o compone: in
effetti per Zarlino la musica, prima che arte, è
scienza, scienza "subalternata" alla matematica
ed alla geometria (cap. 20), delle quali condivide
la certezza dei procedimenti dimostrativi e financo
gli oggetti, cioè i numeri e le quantità
misurabili. Ma questa tesi - che egli eredita dal
medioevo ed i cui elementi provengono dall'antichità
classica - non è per Zarlino, come accade invece
a molti altri trattatisti, solo un'enunciazione giustificata
dal desiderio di mostrar di conoscere il tradizionale
inquadramento della musica nel Quadrivio, ma un programma
di lavoro che trova nel trattato la più ampia
sostanza. Non è dunque per niente sorprendente
che il volume figuri citato con la più alta
considerazione in opere di matematici coevi e il suo
autore in opere biografiche sui matematici.
Le Istitutioni, in
verità, sono anche un'opera assolutamente tecnica,
ma non nel senso che ci aspetteremmo noi moderni,
abituati a trattati musicali in cui ad una brevissima
introduzione "filosofica" seguono poi lunghi
capitoli destinati alle questioni che veramente interessano
il musicista in senso stretto (teoria musicale, armonia,
contrappunto ecc.): il libro è tecnico nel
senso che anche tutta una serie di nozioni puramente
matematico-geometriche che a noi apparirebbero tutt'al
più come dei prerequisiti vengono affrontate
e dibattute in modo approfondito. Ed ecco allora che
nelle Istitutioni quella che sembrerebbe materia
da introduzione occupa invece due delle quattro parti
in cui l'opera è divisa e ben 146 delle 347
pagine che esso contiene nell'edizione del 1561. Ciò
non deve sorprendere. All'epoca una serie di nozioni
matematico-geometriche che noi apprendiamo nella scuola
dell'obbligo o al massimo nei primi anni di liceo
erano appannaggio di pochi dotti e non formavano un
patrimonio culturale condiviso da tutti. La stessa
scienza matematica era allora in piena fase di formazione.
Basti pensare, per fare un esempio solo ma illuminante,
che la formula per la soluzione delle equazioni di
terzo grado fu pubblicata da Girolamo Cardano (Ars
Magna) solo qualche anno prima dell'uscita delle
Istitutioni. Questa situazione rende a noi
moderni spesso oscure le terminologie adottate e poco
pratici gli algoritmi, sì che ci può
capitare di restare impantanati in un passo che coinvolge
nozioni matematiche per noi oggi del tutto elementari,
soltanto perché non siamo abituati alla terminologia
ed alle procedure di calcolo proprie dell'epoca.
Di fronte ad un'opera del
genere è naturalmente possibile una pluralità
di approcci. Dati gli interessi eminentemente pratici
di questa Rubrica, è chiaro però che
questioni di natura squisitamente culturale (nel senso
di storia della cultura, di studio dei rapporti fra
le sue diverse componenti e così via), pur
immensamente interessanti, dovranno cedere il passo
a questioni di altra natura, e particolarmente alle
esigenze di conoscenza approfondita delle tecniche
e delle modalità esecutive della musica del
passato. E allora: dovremmo forse saltare le prime
due parti e prendere in considerazione solo le pagine
da 147 in poi? Nulla di più sbagliato: la comprensione,
anche solo terminologica, delle ultime due parti presuppone
infatti una conoscenza assolutamente approfondita
delle prime due (senza contare, poi, che la seconda
contiene una teoria estremamente approfondita della
scala musicale e dei suoi temperamenti). No, per quanto
faticoso possa essere, è necessario leggere
tutto: nella prospettiva musicale rinascimentale,
e particolarmente in quella di Zarlino, infatti, tutto
quanto è detto nelle prime due parti è
elemento integrante della musica e va studiato, pena
l'impossibilità di capire a fondo il tutto,
di cogliere i riferimenti e di padroneggiare la terminologia.
Ecco dunque come faremo.
Tutte i passi squisitamente storico-filosofici (la
cui analisi ed il cui commento, per la verità,
si possono tranquillamente reperire in opere moderne
sull'argomento, in saggi, in articoli di vario genere:
si vedano ad esempio i due saggi di Fenlon e di Da
Col nelle prime pagine dell'edizione anastatica Forni)
li salteremo con dolore - a meno che non siano necessari
per la comprensione di qualche questione ben precisa
- e ci limiteremo in alcuni casi ad indicarne i principali
argomenti. Ci concentreremo invece senza pietà
su tutto quanto appaia tecnico in senso lato, fossero
anche terminologie aritmetiche disusate o algoritmi
di calcolo astrusi o considerazioni sul comma sintonico
o la teoria antica delle proporzioni matematiche.
Se dunque il tuo scopo, o
lettore, è quello di avere un'idea generale
dell'opera e del suo significato culturale, questa
rubrica non fa per te: il nostro scopo è quello
di cercare di ragionare come gli antichi, impadronendoci
del loro linguaggio e delle loro metodiche. Solo così
potremo sperare di giungere poco alla volta a tentare
di essere
come loro, non semplicemente a tentare di imitarli,
pervenendo così a godere, nell'interpretazione
della loro musica, della loro stessa libertà
creativa.
Armati dunque di pazienza, lettore coraggioso e masochista,
e seguimi.
Nota.
Come al solito, all'esposizione di quelle parti del
testo che ci interessano si accompagneranno miei commenti,
evidenziati chiaramente e distinti dal testo principale.
I numeri di pagina indicati sono quelli originali
dell'edizione 1561, che noi usiamo. I titoletti dei
singoli capitoli, citati fra virgolette con i loro
numeri, sono originali, mentre gli altri titoli e
le suddivisioni per argomento (come "La musica
in generale", "I fondamenti matematici della
musica" ecc.) sono miei.
Prima parte
LA MUSICA IN GENERALE
Cap. 1. "Della
origine et certezza della musica"
L'opinione secondo cui le
basi matematiche della musica furono poste da Pitagora
risale all'antichità greco-romana ed in particolare
a Boezio (d'accordo con Macrobio e in disaccordo invece
con Diodoro). Pitagora sarebbe stato il primo a trovare
un collegamento fra gli intervalli prodotti dei suoni
generati da martelli di peso diverso che percuotevano
un incudine e la proporzione matematica generata dai
loro pesi. Egli avrebbe poi controllato la teoria
attaccando a corde di budello identiche i medesimi
martelli e verificando che le corde così poste
in trazione generavano intervalli identici a quelli
prodotti dai martelli quando battevano sull'incudine.
[Ecco enunciata l'idea secondo
cui l'oggetto della musica non sono "i suoni"
e la musica non è, come si racconta nelle scuole,
"l'arte dei suoni"; oggetto della musica
non sono i suoni ma i rapporti
(matematicamente esprimibili) fra i suoni. Più
avanti si vedrà che l'idea stessa di scala
musicale è tutta costruita su rapporti matematici.
Z. esprime ciò dicendo che ciò che Pitagora
scopre è la "ragione delle musicali proportioni"
(pag. 3), dove "ragione" sta per il latino
ratio, cioè appunto "rapporto, proporzione".
Ecco perché lo studio della musica presuppone
lo studio dei suoi fondamenti matematici.]
I FONDAMENTI MATEMATICI DELLA
MUSICA
Cap. 13. "Delle
varie specie de Numeri"
Cominciamo a familiarizzarci
con tutta una serie di concetti e terminologie matematiche
che, secondo Z., interessano il musico.
Il primo passo è un elenco di definizioni concernenti
le varie specie di numeri. Diamo qui l'elenco con
fra parentesi la spiegazione in termini moderni:
1. Pari
2. Impari (= dispari)
3. Parimente pari (= 2n
con n 0, cioè: 2, 4, 8, 16, 32 ecc.)
4. Primi & incomposti (= primi)
5. Composti (= non primi)
6. Contra se primi (= privi di divisore comune diverso
dall'unità, ad esempio 9 e 10)
7. Tra loro composti o Communicanti (= contrario del
precedente, ad esempio 4 e 6 oppure 6 e 9)
8. Quadrati
9. Cubi
10. Perfetti (il numero n si definisce perfetto se,
essendo 1, d1,
d2, ...
dk i divisori
di n, escluso n medesimo, si verifica che n = 1+d1+d2+...
+dk; cioè
il numero perfetto è uguale alla somma dei
propri divisori, compresa l'unità ed escluso
ovviamente se stesso. Ad esempio, 6 è perfetto
perché è diviso da 1, da 2 e da 3, ed
inoltre 6=1+2+3.).
[Un esempio per dare un'idea
del linguaggio usato e del tipo di riduzione ad espressione
moderna che abbiamo fatto con i concetti zarliniani:
i numeri perfetti sono definiti come quelli "che
sono integrati dalle loro parti [
] conciosia
che tolte le parti loro, & insieme aggiunte, rendono
di punto il suo tutto" (pag. 23).]
Gli intervalli consonanti
puri più comuni
È bene abituarsi fin
d'ora a memorizzare i rapporti matematici che caratterizzano
gli intervalli puri (pitagorici) più semplici
e comuni compresi nell'ottava, ovvero quelli che Z.
chiama "semplici & elementali" (pag.
23). Precisiamo che stiamo parlando di intervalli
puri, non naturalmente di quegli intervalli (temperati)
che caratterizzano tutte le accordature reali, antiche
o moderne, che scaturiscono da compromessi che tolgono
la purezza ad alcuni (o a tutti) gli intervalli naturali.
Già che ci siamo, cominciamo subito a memorizzare
anche la terminologia antica appropriata, sia degli
intervalli, sia delle proporzioni matematiche che
corrispondono agli intervalli medesimi.
| Intervallo |
nome
antico dell'intervallo |
proporzione
corrispondente |
nome
antico della proporzione |
| ottava |
diapason |
2:1 |
dupla |
| quinta |
diapente |
3:2 |
sesquialtera |
| quarta |
diatessaron |
4:3 |
sesquiterza |
| terza maggiore |
ditono |
5:4 |
sesquiquarta |
| terza minore |
semiditono |
6:5 |
sesquiquinta |
Queste sono le proporzioni
matematiche che caratterizzano tutti gli intervalli
consonanti che servono nella teoria musicale rinascimentale.
È infatti chiaro che a partire da questi ogni
altro intervallo consonante può essere costruito,
ad esempio la sesta maggiore come somma di una quarta
e di una terza maggiore, la dodicesima come somma
di un'ottava e di una quinta e così via. L'impostazione
teorica zarliniana, per la verità, vede gli
intervalli non tanto come somma di altri intervalli,
ma come ottenuti per divisione armonica di intervalli
più grandi. Ad esempio, dall'ottava per divisione
armonica si ottengono la quinta più la quarta,
mentre dalla quinta per divisione armonica si ottengono
la terza maggiore più la terza minore; tutti
concetti che avremo agio di vedere bene più
avanti.
[Avrete certamente notato
perlomeno tre cose straordinarie: le proporzioni poste
nella terza colonna della nostra tabella sono estremamente
semplici e coinvolgono numeri molto piccoli (al massimo
il 6); in secondo luogo, le proporzioni sono tutte
del tipo n+1:n con n intero; in terzo luogo le proporzioni
formano una serie continua, con n che cresce di un'unità
man mano che si procede da intervalli più grandi
ad intervalli più piccoli. Va detta subito
una cosa: anche gli antichi naturalmente erano stati
più che colpiti da queste tre circostanze e
non le avevano assolutamente scambiate per coincidenze
casuali. Nella prossima puntata e nelle successive
vedremo tutta una serie di classificazioni e soprattutto
di tecniche molto belle per manipolare e capire a
fondo le proporzioni, che, è bene ribadirlo,
erano considerate dagli antichi non semplicemente
un modo (extramusicale, matematico) per descrivere
i fenomeni della musica, ma l'essenza stessa del fenomeno
musicale. La musica, per loro era essenzialmente costituita
da una serie di proporzioni matematiche. Vedremo anche
come tutto quest'apparato matematico sia assolutamente
indispensabile per capire la struttura e la formazione
dell'ottava, che è come dire il problema dell'accordatura.]