Riprendiamo, dopo diverso tempo, la pubblicazione dello studio della dott.a Arianna Plazzotta, scusandoci con i lettori per l'interruzione.

Mainerio, come si è visto, fa ampio uso della tecnica dell’imitazione, non solo prendendo spunto dai temi gregoriani, ma anche utilizzando i temi delle Battaglie nei Magnificat-parodia di cui si è già parlato e spesso anche con melodie di sua creazione.
Molto più di rado invece l’autore ha usato la tecnica del canone, che certo lasciava molta meno libertà nella gestione del materiale musicale.
Un esempio si può trovare nel Magnificat I quarti toni, il cui ultimo versetto è a cinque voci, grazie all’aggiunta di un soprano che esegue con il secondo tenore un canone in diatessaron, cioè alla quarta superiore. Per le tre voci più acute il contrappunto, su valori lunghi, comincia con dell’incipit gregoriano variato, che si libera in melodie di gradi congiunti e piccoli salti, mentre il basso, prima di iniziare l’usuale serie di salti, esegue una scala discendente. Si osserva in questo brano la presenza della sesta eccedente.

Le due voci in canone poi proseguono l’elaborazione del tema gregoriano fino al termine del versetto.
Nell’ultimo versetto del Magnificat II septimi toni invece Mainerio sembra quasi voler dimostrare la sua perizia anche in questo stilema così rigido, dato che le voci aumentano fino a sette, con ben tre canoni. Uno in subdiapason (all’ottava bassa) tra soprano e tenore secondo, che cantano quattro brevi ribattendo il RE (forse sottolineato in quanto corda di recita del tema gregoriano) per poi riproporre, dal FA, un disegno puntato utilizzato già dall’inizio del brano, che costituisce l’entrata del primo tenore, l’unica voce a non essere coinvolta in canoni. Eseguono canoni all’unisono su valori lunghi i due contralti che, dopo un salto di quinta ascendente, si stabilizzano su note vicine, e i due bassi (che cominciano con un salto di quarta e, al solito, eseguono molti intervalli anche piuttosto ampi). Queste melodie danno vita ad una polifonia particolarmente densa di richiami tra le varie voci che, interrotta da brevissimi tratti omofonici, continua fino all’ultima battuta del brano.
©Dott.ssa Arianna Plazzotta,
2006
[continua nel prossimo numero]
