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Analisi
Stile ed armonia nella musica sacra di Giorgio Mainerio
(2)

Magnificat Primo
Quinti Toni sulla 'Bataglia Taliana'
Il primi due Magnificatnota1
che verranno analizzati in questi interventi sono il primo
del tono quinto ed il secondo del tono sesto poiché,
a differenza degli altri, non si basano sulle melodie
gregoriane dei toni corrispondenti ma su due brani profani,
nella fattispecie due Battaglie, inserendosi
così nel genere del Magnificat-Parodia,
intendendo per parodia la comunissima pratica dei compositori
rinascimentali di utilizzare per opere sacre materiale
tratto da brani non religiosi.
Il genere del Magnificat-Parodia fu praticato abbastanza
spesso, anche da grandi autori quali Orlando di Lasso
(1532-1594) e Michael Praetorius (1571-1621), sovente
basandosi su brani molto famosi (ci sono ad esempio ben
due Magnificat, di Gioseffo Ascanio e Carlo Bertinota2,
basati sul celebre Vestiva i Colli di Palestrina).
I brani parodiati avevano di solito alcune caratteristiche
particolari, dovevano essere adattabili allo stile fortemente
conservatore del genere del Magnificat, che comunque manteneva
solitamente inalterati la sua struttura basata sulle cadenze
e i legami con il tono gregoriano d’origine (che
infatti spesso veniva inserito anche nelle opere basate
su altri brani), pur piegandosi al carattere dell’opera
ispiratricenota3.
L’analisi dei due prossimi brani porterà
a scoprire come Mainerio abbia gestito queste difficoltà,
ispirandosi a due brani di un genere molto particolare,
la Battaglia.
Il primo Magnificat del quinto tono è intitolato
Sopra la battaglia Italiana. I temi infatti sono
tratti da La bataglia Taliana, brano di Mathias
Verrechoren o Werrecore (?-post 1552), che celebrava la
Battaglia di Pavia del 1525, in cui il Duca Francesco
Sforza, combattendo contro Francesco I di Valois a fianco
della Lega comandata dall’Imperatore Carlo V, vendicò
la sconfitta subita dieci anni prima a Melegnano da suo
padre Massimiliano. Anche la battaglia di Melegnano ispirò
una composizione, La guerre (o La
bataille de Meregnan),
di Clément Jannequin (1475-1558), di cui Mainerio
utilizzò i temi per il secondo Magnificat
del sesto tono.
La battaglia è un tipo di componimento
descrittivo in cui la musica imita, con grande uso di
onomatopee ed altri effetti particolari, lo svolgersi
di un combattimento. Se ne trovano esempi in tutto il
XVI secolo, fino al successivo, e se ne fanno risalire
le origini, dopo un’opera precorritrice di H. Isaac
(1450-1517) risalente alla seconda metà del Quattrocento,
proprio a Clement Jannequin, compositore notissimo nel
XVI secolo, specie per la sua produzione di chansonsnota4.
Quest’ultimo termine indica un genere musicale dalla
complessa evoluzione, la cui origine si suppone risalga
alle monodie di trovatori e trovieri, caratterizzate dalla
stretta unione di testo e musica e dall’impiego
di strutture fisse. Da qui la chanson, anche
per il reciproco influsso con il coevo mottetto
(e il conseguente abbandono delle forme fisse), giunse
alla forma polifonica del XV e XVI secolo, caratterizzata
da particolarità che la distinguevano dalle forme
sacre, più colte e complesse. Questi caratteri,
che ci sono stati tramandati soprattutto dalle antologie
stampate nel Cinquecento, segnatamente da Attaignant a
Parigi tra il 1528 e il 1530, si possono riassumere nella
semplicità del contrappunto, tendente addirittura
all’omoritmia, nella tendenza armonica alle progressioni
accordali, nel rifiuto delle forme fisse (a parte alcuni
schemi molto generali legati alla forma del testo), nell’uso
di forme di danza e, soprattutto, nella particolare prosodia,
che si può descrivere come una sorta di declamazione
in cui ad ogni nota corrispondeva una sillaba, vivacizzata
e sostenuta da rapidi e leggeri melismi. Queste particolarità
riguardavano soprattutto la chanson francese
fino alla metà del XVI secolo, poiché è
sufficiente cambiare località o spostarsi avanti
di qualche decennio per trovare elementi diversi. Questo
genere compositivo fu molto celebre anche in Italia, tanto
che le prime opere edite dalla famosa stamperia veneziana
di Ottaviano Petrucci furono proprio antologie di chansons,
il celebre Odhecaton del 1501, e i Canti
del 1502nota5.
Si è inoltre scoperto che tra i manoscritti conservati
presso il museo di Cividale e risalenti alla prima metà
del XVI secolo era conservata, sebbene priva di titolo
e attribuzione, anche una versione della Missa La
Bataille, creata dallo stesso Janequin utilizzando
i temi de La
Guerrenota6.
Questa precoce e capillare diffusione fa intuire quanto
il genere fosse apprezzato anche in Italia, e ancor più
specificamente nelle terre venete, il che rende più
chiara la scelta di Mainerio di utilizzare per due suoi
brani il materiale delle due Battaglie.
Queste ultime di solito vengono classificate fra le cosiddette
Chansons descrittive, un genere a se stante rispetto
a quelle di carattere lirico o amoroso-erotico fin qui
descritte. In esse infatti l’attenzione dell’autore
passava dalla struttura e dallo stile del testo alle sue
possibilità pittoriche, con un massiccio uso di
effetti sonori e ritmici a scapito della varietà
armonica (erano praticamente assenti le modulazioni) e
melodica, poiché gli spunti melodici veri e propri
erano pochi e lasciavano il posto a effetti bozzettistici
e onomatopeici. Per evitare il caos strutturale a cui
poteva portare un tale tipo di composizione gli autori
tendevano a dividere queste opere in più sezioni
omogenee o a tentare una simmetria riprendendo l’incipit
nella parte finalenota7.
L’indiscusso maestro di questo genere fu il già
citato Clement Jannequin, di cui si parlerà più
approfonditamente nel prossimo intervento, celebre soprattutto
per il brano La guerre, che descrive, come si
è detto, la battaglia di Melegnano. Quest’opera
ebbe vastissimo successo e seguito, tanto che se ne scrissero
moltissime versioni per liuto e se ne usarono i temi come
spunto e citazione per molte composizioni simili (tra
i vari autori basti ricordare Giovanni Gabrieli (1557-1612),
Annibale Padovano (1527-1575) e Claudio Monteverdi (1567-1643)
con i suoi madrigali guerrieri). L’autore stesso
ne riutilizzò il materiale per la già citata
Messa, ma l’opera discendente più importante
ai fini di questa trattazione è la Bataglia
Taliana, di Herman Matthias Werrecoren, scritta come
si è detto per celebrare la “vendetta”
di Francesco Sforza. Non si sa molto di questo autore,
tanto che a lungo lo si è confuso con Matthaus
Le Maistre; gli unici documenti certi affermano che tra
il 1522 e il 1552 fu maestro di cappella presso il Duomo
di Milano. Da questa sua occupazione sicuramente gli giunse
il dovere o il desiderio di celebrare la vittoria sforzesca
di Pavia ed egli lo fece con chiari intenti politici,
come si vede dagli sperticati elogi al Duca Francesco
che si trovano sparsi nella composizione. Intento politico
e polemico ebbe anche probabilmente il palese riutilizzo
di alcuni temi usati da Janequin, quasi a sottolineare
il valore di nemesi della battaglia pavesenota8.
Mainerio dunque utilizzò temi di queste due celebri
opere per i suoi Magnificat, ma date le scarsissime notizie
sulla sua vita è impossibile sapere con certezza
come ne venne a conoscenza. Sta di fatto tra i libri ritrovati
in casa suanota9
figurava un libro di canto forse di Jannequin e due “libri
de intavolatura de lauto”, che può essere
contenessero alcune trascrizioni di questi brani. Ciò
non deve stupire, vista l’enorme diffusione di queste
opere, soprattutto se si considera che Mainerio lavorò
sotto la direzione del maestro Martinengo, allievo di
Willaert il quale, nella sua composita produzione, si
dilettò anche a produrre chansons, sicuramente
non senza conoscere le pietre miliari del genere giunte
dalla Francia.
In ogni caso non ci sono dubbi che Mainerio abbia preso
spunto proprio da queste due battaglie, come dimostrano
i titoli, le citazioni più o meno letterali e la
tecnica compositiva generale che caratterizzano il secondo
Magnificat del sesto tono e questonota10,
che è per voci dispari, impostate in un registro
piuttosto acuto, e nella posizione naturale del quinto
tono, con il SI bemolle in chiave e la finale FA.
©Dott.ssa
Arianna Plazzotta, 2006
[continua nel prossimo
numero]

NOTE
1.
Il lettore ricordi che, con l’espressione
‘Magnificat’, si designano qui le successioni
di versetti così come sono contenute nelle
stampe originali. Queste ultime contengono versioni
separate (che qui sono denominate rispettivamente
‘Magnificat primo’ e ‘Magnificat
secondo’) rispettivamente dei versetti dispari
e dei versetti pari del testo. In altre parole,
per ognuno degli otto toni, il ‘Magnificat
primo’ contiene in realtà solo i versetti
dispari, mentre il ‘Magnificat secondo’
solo quelli pari.
2.
La vita di Gioseffo Ascanio ci è nota solo
per gli anni tra il 1581 e il 1589, in cui servì
come organista presso la cote bavarese proprio sotto
Orlando di Lasso; di lui ci sono noti pochi lavori,
tra cui, oltre a quello citato, un Magnificat Salve
Regina, conservato con l’altro tra i lavori
di Lasso.
Il monaco Carlo Berti (ca 1561-1602) fu maestro
di Cappella e organista per la chiesa fiorentina
della Santissima Annunziata per gli ultimi due decenni
del Cinquecento. Di lui ci rimangono due libri di
Salmi, un libro di Mottetti per doppio coro e una
serie di Magnificat che, oltre a quello citato,
comprende otto brani nei toni tradizionali.
3.
Vedi C. REARDON, Two Parody-Magnificats on Palestrina’s
“Vestiva i colli”, in Studi
Musicali dell’Accademia
di Santa Cecilia, Leo S. Olschki, Firenze,
anno XV-1986, num. 1 , pp 67-101.
4.
Per una più compiuta trattazione sul genere
e per i riferimenti bibliografici si può
vedere A. PLAZZOTTA, “Queste mie poche
fatiche”: i Magnificat di Giorgio Mainerio
tra suggestioni sacre e profane, tesi di laurea,
Università degli Studi di Trieste, a.a. 2004-2005.
5.
Vedi C. GALLICO, Dal
laboratorio di Ottaviano Petrucci: immagine, trasmissione
e cultura della musica, in Rivista Italiana
di Musicologia, Società Italiana di Musicologia,
Roma, vol. XVII, pp. 187-206.
6.
Vedi L. LOCKWOOD, Sources of Renaissance Polyphony
from Cividale del Friuli, in Il Saggiatore
Musicale, Leo S. Olschki, Firenze, annata 1, 1994,
pp 1-314
7.
Per una più compiuta trattazione sul genere
e per i riferimenti bibliografici si può
vedere A. PLAZZOTTA, “Queste mie poche
fatiche”: i Magnificat di Giorgio Mainerio
tra suggestionisacre e profane, tesi di laurea,
Università degli Studi di Trieste, a.a. 2004-2005.
8.
Per la biografia di Werrecoren vedi le voci su G.
GROVE, Grove’s dictionary of music and
musicians, Eric Blom, Londra, 1954-1961 e in
Dizionario universale della musica e dei musicisti,
UTET, Torino, 1986. Cfr inoltre C. GALLICO, La
musica del Rinascimento, IV vol. della Storia
della Musica a cura della Società Italiana
di Musicologia, EDT, Torino, 1991, pag. 41.
9.
Vedi intervento precedente, nota 3
10.
Nell’analizzare questi due brani si è
fatto un confronto con l’articolo di O. TONETTI
Due
battaglie musicali
per due Magnificat di Giorgio Mainerio, in
Rivista Internazionale di Musica Sacra,
E. I. M. A., Milano, anno 1987, pp. 286-302, con
il quale si sono riscontrati molti punti di accordo
ma anche alcune divergenze. Gli esempi invece sono
stati tratti, con alcuni adattamenti atti a rispettare
gli originali e a rendere più evidenti le
somiglianze tra i brani, per i Magnificat
dalla trascrizione gentilmente concessa dal dott.
Gian Paolo Fagotto, per la Battaglia Taliana
dalla versione tratta da Musica Mundana,
antologia curata da G. ACCIAI, M. BERRINI e M. BOSCHITTI,
per le Edizioni Suvini Zerbini, Milano, 1996 e per
il brano di Jannequin dalla trascrizione pubblicata
su Internet sul sito della Choral Public Domain
Library. |
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