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Analisi
Stile ed armonia nella musica sacra di Giorgio Mainerio
(1)

Comincia da questo numero la
collaborazione di Arianna Plazzotta con la Rubrica Musicologica.
Arianna Plazzotta è nata a Udine nel 1978. Si è
diplomata in Arpa nel 1999 presso il Conservatotio J.
Tomadini di Udine sotto la guida della Prof. Patrizia
Tassini. Nel 2005 si è laureata in Storia della
Musica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università di Trieste discutendo la
tesi “Queste mie poche fatiche, i Magnificat di
Giorgio Mainerio tra suggestioni sacre e profane”,
relatore Prof. Stefano Crise, correlatore Prof. Lucio
Cristante.
Il saggio, che pubblicheremo
a puntate, si concentra su quanto ci resta delle composizioni
di sacre di Mainerio, autore che, sebbene ora conosciuto
principalmente per le sue musiche profane (i Balli),
è stato in realtà per tutta la vista un
"professionista" del repertorio sacro, come
cantore prima e come maestro di cappella poi. I suoi Magnificat,
come abbiamo sottolineato nel libretto del nostro CD War
and Faith, sono una miniera di scoperte interessanti,
che vale la pena analizzare più in dettaglio.
È ciò che fa Arianna Plazzotta ad iniziare
da questo numero.
(Naturalmente, mentre pubblichiamo
questo saggio, l'analisi delle Istituzioni Harmoniche
di Zarlino avrà una piccola pausa...)
Stile ed armonia nella musica
sacra di Giorgio Mainerio
La raccolta intitolata Magnificat
octo tonorum D. Georgi Maynerii de Parma nunc primum
escussa cum quattuor
vocibus, edita a Venezia da Giovanni Bariletto
nel 1574 è l’unica opera di musica sacra
composta da Giorgio Mainerio che sia giunta integra fino
ai nostri giorni.
L’autore nacque a quanto
sembra a Parma, ma sulla prima parte della sua vita non
ci sono notizie documentate e le sue origini si devono
intuire dalle dediche delle sue opere e dai documenti
conservati riguardanti la sua permanenza nelle diocesi
friulanenota
1.
Mainerio infatti giunse a Udine nel 1562 e rimase dipendente
della diocesi udinese con vari incarichi fino al 1570,
servendo come cantore sotto valenti contrappuntisti quali
Gabriele Martinengo e Ippolito Camaterònota
2. In questo periodo diede prova di notevole
pervicacia nel procacciarsi incarichi sempre più
remunerativi e amicizie sempre più influenti (tanto
che fu anche “homo per gli amici” , cioè
guardia del corpo di alcuni alti personaggi dell’ambiente
ecclesiastico di Udine). Probabilmente in questa sua ricerca
si procurò delle inimicizie, poiché nel
1562 fu accusato “fama deferenti” di stregoneria
e subì un processo che si risolse con un’assoluzione
ma che fornì agli studiosi un utile documento.
Tra gli atti del processo infatti,
oltre ad alcune testimonianze particolarmente significative,
si trova un inventario dei libri trovati in casa dell’imputato,
che rivela senz’altro una personalità poliedrica,
dedita ad interessi non proprio consoni ad un uomo votato
al sacerdozio, anche se alla luce dei secoli passati si
possono giustificare come semplici curiosità per
materie che allora erano considerate scienze, per quanto
piuttosto pericolose e moralmente ambigue, e che erano
parte del bagaglio culturale delle più grandi personalità
di quell’epoca così intellettualmente vivacenota
3 . Tra testi del Petrarca e dell’Ariosto,
utili come ispirazione letteraria a chiunque si intendesse
di musica, trovavano infatti posto opere di medicina i
cui autori, il bolognese Leonardo Fioravanti (1518-1588,
strana figura di barbiere-chirurgo con la passione per
l’alchimia) e il celebre Gabriele Falloppio (1523-1562),
che tra l’altro esercitò a lungo presso la
vicina Università di Padova, furono tra i pionieri
della nascente disciplina dell’anatomia. Vi erano
testi di astronomia di grandi autori quali Tolomeo e Alessandro
Piccolomini, (1508-1579) autore de La sferanota
4, ideatore di un sistema di numerazione
delle stelle basato sull’alfabeto e studiato ancora
oggi ed anch’egli docente all’Università
di Padova; accanto ad essi una discreta quantità
di libri riguardanti discipline più oscure, quali
L’arte divina
della chiromantia raccolta dalla ex.ma
scuola dei filosophi, De Miracoli di Gioan Battista Porta
nappolitano (il cui autore è un misterioso
personaggio partenopeo dedito a studi di mate,matematica,
medicina ed astronomia, con un forte interesse per le
discipline magiche ed alchemiche). In aggiunta c’era
un’opera del veronese Annibale Raimondo (1505-1591),
anch’egli personaggio “tipico” del XVI
secolo, appassionato di arti quali l’alchimia, la
geomanzia, la fisiognomica ed altre ancora, il cui titolo,
non completo nel documento originale, è stato interpretato
dal Pressacconota
5 come Opere
dell’antica et onorata scientia di (negr)omantia
de messer Annibale
Raijmondo veronese, mentre è probabile che
si tratti di un’opera ancora oggi reperibile che
tratta di nomandia,
un’oscura disciplina che pare riunisse in sé
le virtù di più sapienze magiche.
Altrettanto interessante, ma
per diversi motivi, è la presenza di due breviari
“secundum curiam romanam”, che testimoniano
di come l’autore probabilmente conoscesse scarsamente
la liturgia aquileiese, da tempo in fase di progressivo
abbandono, e soprattutto un non meglio identificato Erasto,
che il Pressacco ha ipotizzato essere lo pseudonimo del
tedesco Thomas Lieber (1524-1583), coinvolto in polemiche
scientifiche con Paracelso e soprattutto teorizzatore
della superiorità dell’autorità civile
su quella religiosa, i cui testi circolavano principalmente
in area anglosassone, circostanza che, se si dimostrasse
con certezza l’appartenenza dell’opera, aprirebbe
la strada ad ipotesi affascinanti sulla provenienza e
sulle idee di Mainerionota
6 .
Naturalmente l’importanza di questi testi non va
esagerata, ma va vista come si è detto nel contesto
dell’epoca, tuttavia questo patrimonio librario
delinea sicuramente una personalità aperta a svariati
interessi e potrebbe aprire interessanti scenari alla
luce delle particolarità armoniche dell’opera
in analisi che verranno descritte nei prossimi interventi.
Questo processo non ebbe tra l’altro conseguenze
sulla carriera dell’autore, che i documenti mostrano
negli anni successivi ancora impegnato con svariate cariche
presso la diocesi udinese. Tuttavia nel 1570 egli decise
un cambiamento di sede e, dopo un esame in “lectura
et cantu” , ottenne la mansioneria della Cappella
di Aquileianota
7.
I dodici anni trascorsi al servizio
della Chiesa di Aquileia furono i più sereni e
prolifici di Mainerio, sia sotto l’aspetto della
carriera ecclesiastica (e quindi della tranquillità
economica) sia per quanto riguarda la produzione musicale.
Egli infatti ottenne rapidamente cariche sempre più
alte e remunerative fino ad essere nominato, nel 1576,
Maestro di Cappella titolare della Santa Chiesa di Aquileia.
Nel frattempo egli produsse le opere per cui è
tuttora conosciuto: la raccolta di Magnificat qui in esame,
edita nel 1574, il celebre "Primo libro de’
balli a quattro voci accomodati per cantar et sonar d’ogni
sorte d’istromenti", edito a Venezia da Gardano
nel 1578, e nel 1580, i Sacra
cantica Beatissimae
Mariae Virginis omnitonum sex vocum parium canenda,
editi a Venezia da Angelo Gardanonota
8 .
All’epoca di quest’ultima composizione, tuttavia,
Mainerio già accusava problemi di salute, tanto
che i documenti certificano diverse sue assenze dagli
impegni liturgici e il 4 maggio 1582 ne registrano l’avvenuto
decesso.
Queste poche notizie biografiche
non possono dare conto della produzione dell’autore
e anche gli studiosi (basti citare Manfred Schuler)nota
9 hanno a lungo trascurato la produzione sacra
di Mainerio, mettendola in secondo piano rispetto all’altro,
ben più noto, suo lavoro, il Primo
libro de’ balli (1578), considerato molto
interessante per la ripresa e la rielaborazione di musiche
popolari e per la forma, per alcuni precorritrice della
più moderna suite.
Purtroppo i Sacra
Cantica ci sono giunti gravemente incompleti, ma
un’analisi approfondita della raccolta dei Magnificat
ha portato in luce elementi di grande interesse, che questi
interventi vogliono rendere noti ad un pubblico più
vasto possibile di studiosi, in modo che si apra almeno
un dibattito sulla reale importanza di questo autore.
La raccolta in questione si compone di sedici brani, due
per ognuno degli otto modi ecclesiastici, ma in realtà
i Magnificat completi risultano essere otto, poiché
l’autore, com’era in uso all’epoca,
ha diviso versetti pari e dispari musicandoli separatamente.
La maggior parte dei brani segue l’abitudine dell’epoca
di trarre spunto per il materiale melodico dai canti fermi
gregoriani corrispondenti, mentre il I Magnificat
quinti toni e il II Magnificat
sexti toni sono intitolati rispettivamente
"Sulla battalia italiana" e "Sulla battaglia
francese", poiché rielaborano spunti tratti
da due famosi brani descrittivi molto conosciuti all’epoca.
Notevole è anche la varietà
di gruppi, consort,
registri e soluzioni vocali utilizzati dall’autore,
che probabilmente ha voluto fornire materiale fruibile
dal maggior numero possibile di enti ecclesiastici, dalle
grandi istituzioni (che potevano eseguire i diversi brani
a doppio coro) alle piccole cappelle, che potevano approfittare
dei vari brani a due, tre e quattro voci. L’autore
inoltre ha elaborato svariati brani a voci pari ed ha
spesso fatto uso dell’artificio delle “chiavette”,
dando la possibilità di utilizzare consort
gravi o acuti a seconda delle potenzialità dei
cantori delle più varie realtà religiose.
Questa caratteristica notoriamente non è esclusiva
di questo lavoro, ma si ritrova nella maggior parte delle
raccolte a stampa del periodo, poiché le stamperie
dovevano necessariamente seguire le leggi del mercato
e quindi pubblicare opere che andassero il più
possibile incontro alla domanda. Di conseguenza si trovano
stampate grandi quantità dei brani che venivano
eseguiti più spesso in polifonia (soprattutto messe
più o meno complete e brani degli Uffici più
importanti) e in queste opere è molto raro trovare
tracce delle specificità culturali degli autori,
poiché il materiale edito doveva risultare appetibile
al maggior numero di istituzioni possibilinota
10. Ciò comporta che anche nell’opera
di Mainerio sarà difficile scoprire tracce macroscopiche
delle usanze aquileiesi, poiché la dedica al Capitolo
Patriarcale era probabilmente poco più che un formale
e dovuto segno di rispetto per l’istituzione a cui
l’autore offriva i suoi servigi, mentre egli necessariamente
avrà dovuto soddisfare le richieste dello stampatore,
che non avrebbe investito in un prodotto vendibile in
un contesto eccessivamente limitato. E’ ovvio quindi
che la raccolta in analisi non va considerata un prodotto
tipico dell’ambiente friulano, ma va considerata
all’interno delle grandi correnti della musica europea
dell’epoca.
Lo scopo di questo lavoro infatti
è, tramite un’analisi su diversi livelli,
esaminare quest’opera per osservarne gli aspetti
di omogeneità con la musica coeva e sottolinearne
le peculiarità. Tra esse sicuramente sono degni
di nota gli spunti tratti da opere profane, che aprono
anche interessanti spiragli sulla circolazione di opere
straniere in un territorio come il Friuli, certamente
periferico sebbene all’epoca coinvolto in vivaci
fermenti storici e culturali.
Ancora più singolari
sono le particolarità armoniche che si incontrano
in questa raccolta, quali cadenze ormai desuete e intervalli
e accordi fortemente dissonanti. Alcuni di questi caratteri,
sostanzialmente unici all’epoca e tipici di questo
autore, sono riscontrabili anche nel Primo
libro de’ balli, che però, almeno
per quanto riguarda la stampa, è posteriore ai
Magnificat
e risulta inferiore sia per quanto riguarda la frequenza
delle “licenze” sia per la loro portata.
Al fine di studiare lo stile dell’autore si è
analizzato l’opera sullo sfondo delle tendenze dell’epoca,
osservando il comportamento del compositore riguardo alle
regole in uso e considerandone il linguaggio alla luce
degli stilemi tipici dei grandi musicisti del periodo,
cercando di spiegare e interpretare le profonde singolarità
che si sono incontrate.
Si è inoltre svolta un’analisi comparata
con i brani di ispirazione, cioè le melodie gregoriane
che solitamente fornivano il materiale primario per i
Magnificat e, per i due brani tratti dalle Battaglie,
le rispettive partiture, per osservare la rielaborazione
o meno degli spunti, le variazioni di linguaggio a confronto
con opere diverse e la capacità di far propri i
caratteri stilistici di generi differenti.
Le fonti utilizzate per l’analisi
sono il microfilm della stampa, il cui unico originale
è conservato presso il British Museum di Londra,
la trascrizione in notazione moderna di Siro Cisilino,
conservata, come il microfilm, negli archivi della Fondazione
Cini di Venezia, e le trascrizioni moderne delle due battaglie.
Si sono inoltre utilizzati per uno studio comparativo
esempi di brani di grandi compositori coevi e trattati
attuali e dell’epoca sulla polifonia in generale
e su Magnificat e Battaglie in particolare.
Il lavoro è stato reso complesso dalla scarsità
di studi a cui appoggiarsi nell’analizzare alcuni
aspetti dell’opera, quali le particolarità
armoniche, a cui si è cercato di ovviare con l’aiuto
di esperti trascrittori ed esecutori e con studi che fornissero
notizie indirette. Anche la mancanza del manoscritto originale
e la scarsità di notizie riguardo all’autore
sono state fonte di problemi, poiché hanno mantenuto
un margine di ambiguità ad alcune ipotesi che si
sono formulate.
Nei prossimi interventi verranno
analizzati i due Magnificat basati sulle Battaglie
per poi concentrare l’attenzione su vari aspetti
stilistici del lavoro, quali le particolarità armoniche
e l’utilizzo delle voci e dei temi gregoriani.
©Dott.ssa
Arianna Plazzotta, 2006

NOTE
1.
Vedi G. VALE, La Cappella Musicale del Duomo di Udine,
in Note d’Archivio per la Storia Musicale,
Fondazione Levi, Venezia, VII, 1932, pp 87-201 e Vita
Musicale nella Chiesa Metropolitana di Aquileia (343-1751),
in Note d’Archivio per la Storia Musicale,
op cit., anno 1932, pp 201-216. Vedi anche G. PRESSACCO,
Giorgio Mainerio: nuovi documenti d’archivio,
in Rassegna Veneta di studi musicali, Comitato
per la pubblicazione di fonti della cultura musicale veneta,
Università di Padova, Università di Venezia,
II-III, 1986/87, pp 307-330
2.
Questi due autori testimoniano come l’ambiente udinese,
forse anche per la posizione di satellite rispetto a Venezia,
fosse vivace ed arricchito dalla presenza di musicisti
molto validi. Gabriele Martinengo (Maestro di Cappella
tra il 1561e il 1567), laico, probabilmente veronese di
nascita, fu allievo del celebre Adrian Willahert e da
lui stesso raccomandato al Capitolo di Udine nel 1560
mentre ricopriva l’incarico di maestro di cappella
a Zara; la sua abilità compositiva è testimoniata
da tre libri di madrigali stampati a Venezia tra il 1544
e il 1580 e da altre composizioni presenti in varie antologie.
Il romano Ippolito Camaterò di Negri lo sostituì
nel 1567 (dopo una breve parentesi di incarico a Domenico
Micheli fino al 1570, dopo aver già ricoperto incarichi
prestigiosi quali maestro di musica presso l’Accademia
Filarmonica di Verona e maestro di cappella presso le
cattedrali di Vicenza e Treviso. Dopo la parentesi udinese,
divisa in due momenti, fu ancora onorato di prestigiosi
incarichi in varie città, fino alla conclusione
della carriera presso la cappella pontificia. Di lui rimane
un vasto catalogo di opere, tutte stampate a Venezia,
che comprende musiche sacre (Messe, Salmi, Magnificat,
spesso policorali) e madrigali a quattro e cinque voci.
Molte di queste opere furono composte durante la permanenza
a Udine e dedicate a enti e autorità della città
friulana. Per le notizie su questi autori vedi METZ-COLUSSI,
Musica e società a Udine al tempo di Alessandro
Orologio, Associazione Antiqua-Società Filologica
Friulana, Clauzetto-Udine, 2000, pp 46-50 e G. VALE, La
Cappella Musicale del Duomo di Udine, op. cit.
3.
L'elenco dei libri ritrovati è incluso tra i documenti
relativi al processo ed è riportato nelle opere
di G. PRESSACCO, Giorgio Mainerio: nuovi documenti
d’archivio, op. cit. e, con un ampio commento,
in Sermone, cantu, choreis et marculis, , Società
Filologica Friulana, Udine, 1992, pp 93-101.
4.
Idem
5.
Idem
6.
Pressacco ha ipotizzato, analizzando un documento conservato
nell’Archivio Storico Provinciale di Gorizia, una
possibile origine scozzese dell’autore. Si tratta
di una lettera in tedesco antico datata 1555 e indirizzata
ai consiglieri della Camera Arciducale di Graz. In essa
si difende un organista, “buon musico e bravo nel
suonare strumenti a chorda” dall’accusa di
essere un “bandito” dalla Repubblica Veneta,
rifugiatosi a Gorizia, allora città dell’Impero.
Si afferma che il padre di quest’ultimo “era
uno scozzese di nascita”, ma il figlio risulta essere
“nato a Parma in Italia”, ed è un musicista
talmente valido che “è stato nominato organista
e istruttore della gioventù e di tanto in tanto
intrattiene gli invitati durante le feste nuziali, ma
in modo particolare in occasione delle cerimonie religiose”.
Si aggiunge che il musico in questione “fa scuola
nella parte bassa della città da otto anni e ha
comprato un podere, con il proposito di abitarvi con la
moglie e il figlio”. Ciò detto, si conclude
pregando di non destituire il musicista dal suo incarico,
poiché “non hanno espresso nessuna lagnanza
contro di lui” e non si mancherebbe di punirlo qualora
si riscontrasse “in lui qualcosa di nefando”.
La mancanza di prove inconfutabili e la presenza di alcune
incongruenze (ad esempio non si fa nessun cenno ad eventuali
cariche religiose, anzi, si parla di moglie e figlio)
costringono a rimanere nel campo della mera congettura
e a dare un peso relativo a questo documento che, altrimenti,
potrebbe anticipare di oltre dieci anni la data per ora
certa dell’arrivo del musicista nelle terre friulane.Vedi
G. PRESSACCO, Canti , discanti e…incanti. Intorno
alle avventure inquisitoriali di un organista friulano
del ‘500, in Spilimberc, Società Filologica
Friulana, Udine, Il Campo, 1986, riedito in L’arc
di San Marc, Goliardica Editrice, Trieste, 2004,
pp 231-246.
7.
Per le notizie riguardanti il periodo aquileiese vedi
A. ARCANGELI, Il Primo Libro de’ Balli di Giorgio
Mainerio, Tesi di Laurea dell’a. a. 1982-1983 presso
il DAMS di Bologna, pp 39-42, G. PRESSACCO, Giorgio Mainerio:
nuovi documenti d’archivio, op. cit., G. VALE, Vita
Musicale nella Chiesa Metropolitana di Aquileia (343-1751),
in Note d’Archivio per la Storia Musicale, op cit.,
in cui sono citati gli Acta Capituli Aquileiensis relativi
al compositore.
8. Per le notizie sulle
opere vedi A. ARCANGELI, op. cit., pp 40-42 e G. PRESSACCO,
La musica nel Friuli storico, in Enciclopedia
monografica del Friuli Venezia Giulia, Istituto per
l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, Udine,
1981, vol. 3, La storia e la cultura, parte IV
, pp 1978-2007, pp 1594-1595
9.
M. SCHULER, Einleitung a Giorgio Mainerio, Il
primo libro de’ balli (Venedig 1578), a cura
di M. Schuler, Schott (Musikalische Denkmaler –
Band V), Mainz, 1961, pp 7-10.
10.
Questa teoria è stata sostenuta dal Prof. D. BRYANT
durante il suo intervento dal titolo Edizioni di musica
sacra di autori friulani in occasione del convegno
dal titolo Alessandro Orologio, musico friulano del
‘500 e il suo tempo (Udine, Casa della Contadinanza,
16/10/2004), sulla base di una ricerca svolta sui repertori
prodotti dalle stamperie venete nel XVI secolo. La teoria
della stampa musicale come “filtro” per la
diffusione delle opere e creatrice del gusto è
sostenuta anche da C. GALLICO in Dal laboratorio di
Ottaviano Petrucci: immagine, trasmissione e cultura della
musica, in Rivista Italiana di Musicologia,
Società Italiana di Musicologia, Roma, Vol. XVII,
1982, pp 187-206
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[Continua nel prossimo numero]
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