La Rubrica Musicologica
N° 15 - 29/3/2006
 
 
 
 


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Magnificat di Mainerio: successivo

Rubrica musicologica

 
 

Analisi
Stile ed armonia nella musica sacra di Giorgio Mainerio

(1)

Comincia da questo numero la collaborazione di Arianna Plazzotta con la Rubrica Musicologica.
Arianna Plazzotta è nata a Udine nel 1978. Si è diplomata in Arpa nel 1999 presso il Conservatotio J. Tomadini di Udine sotto la guida della Prof. Patrizia Tassini. Nel 2005 si è laureata in Storia della Musica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste discutendo la tesi “Queste mie poche fatiche, i Magnificat di Giorgio Mainerio tra suggestioni sacre e profane”, relatore Prof. Stefano Crise, correlatore Prof. Lucio Cristante.

Il saggio, che pubblicheremo a puntate, si concentra su quanto ci resta delle composizioni di sacre di Mainerio, autore che, sebbene ora conosciuto principalmente per le sue musiche profane (i Balli), è stato in realtà per tutta la vista un "professionista" del repertorio sacro, come cantore prima e come maestro di cappella poi. I suoi Magnificat, come abbiamo sottolineato nel libretto del nostro CD War and Faith, sono una miniera di scoperte interessanti, che vale la pena analizzare più in dettaglio.
È ciò che fa Arianna Plazzotta ad iniziare da questo numero.

(Naturalmente, mentre pubblichiamo questo saggio, l'analisi delle Istituzioni Harmoniche di Zarlino avrà una piccola pausa...)

 

Stile ed armonia nella musica sacra di Giorgio Mainerio

La raccolta intitolata Magnificat octo tonorum D. Georgi Maynerii de Parma nunc primum escussa cum quattuor vocibus, edita a Venezia da Giovanni Bariletto nel 1574 è l’unica opera di musica sacra composta da Giorgio Mainerio che sia giunta integra fino ai nostri giorni.

L’autore nacque a quanto sembra a Parma, ma sulla prima parte della sua vita non ci sono notizie documentate e le sue origini si devono intuire dalle dediche delle sue opere e dai documenti conservati riguardanti la sua permanenza nelle diocesi friulanenota 1.
Mainerio infatti giunse a Udine nel 1562 e rimase dipendente della diocesi udinese con vari incarichi fino al 1570, servendo come cantore sotto valenti contrappuntisti quali Gabriele Martinengo e Ippolito Camaterònota 2. In questo periodo diede prova di notevole pervicacia nel procacciarsi incarichi sempre più remunerativi e amicizie sempre più influenti (tanto che fu anche “homo per gli amici” , cioè guardia del corpo di alcuni alti personaggi dell’ambiente ecclesiastico di Udine). Probabilmente in questa sua ricerca si procurò delle inimicizie, poiché nel 1562 fu accusato “fama deferenti” di stregoneria e subì un processo che si risolse con un’assoluzione ma che fornì agli studiosi un utile documento.

Tra gli atti del processo infatti, oltre ad alcune testimonianze particolarmente significative, si trova un inventario dei libri trovati in casa dell’imputato, che rivela senz’altro una personalità poliedrica, dedita ad interessi non proprio consoni ad un uomo votato al sacerdozio, anche se alla luce dei secoli passati si possono giustificare come semplici curiosità per materie che allora erano considerate scienze, per quanto piuttosto pericolose e moralmente ambigue, e che erano parte del bagaglio culturale delle più grandi personalità di quell’epoca così intellettualmente vivacenota 3 . Tra testi del Petrarca e dell’Ariosto, utili come ispirazione letteraria a chiunque si intendesse di musica, trovavano infatti posto opere di medicina i cui autori, il bolognese Leonardo Fioravanti (1518-1588, strana figura di barbiere-chirurgo con la passione per l’alchimia) e il celebre Gabriele Falloppio (1523-1562), che tra l’altro esercitò a lungo presso la vicina Università di Padova, furono tra i pionieri della nascente disciplina dell’anatomia. Vi erano testi di astronomia di grandi autori quali Tolomeo e Alessandro Piccolomini, (1508-1579) autore de La sferanota 4, ideatore di un sistema di numerazione delle stelle basato sull’alfabeto e studiato ancora oggi ed anch’egli docente all’Università di Padova; accanto ad essi una discreta quantità di libri riguardanti discipline più oscure, quali L’arte divina della chiromantia raccolta dalla ex.ma scuola dei filosophi, De Miracoli di Gioan Battista Porta nappolitano (il cui autore è un misterioso personaggio partenopeo dedito a studi di mate,matematica, medicina ed astronomia, con un forte interesse per le discipline magiche ed alchemiche). In aggiunta c’era un’opera del veronese Annibale Raimondo (1505-1591), anch’egli personaggio “tipico” del XVI secolo, appassionato di arti quali l’alchimia, la geomanzia, la fisiognomica ed altre ancora, il cui titolo, non completo nel documento originale, è stato interpretato dal Pressacconota 5 come Opere dell’antica et onorata scientia di (negr)omantia de messer Annibale Raijmondo veronese, mentre è probabile che si tratti di un’opera ancora oggi reperibile che tratta di nomandia, un’oscura disciplina che pare riunisse in sé le virtù di più sapienze magiche.

Altrettanto interessante, ma per diversi motivi, è la presenza di due breviari “secundum curiam romanam”, che testimoniano di come l’autore probabilmente conoscesse scarsamente la liturgia aquileiese, da tempo in fase di progressivo abbandono, e soprattutto un non meglio identificato Erasto, che il Pressacco ha ipotizzato essere lo pseudonimo del tedesco Thomas Lieber (1524-1583), coinvolto in polemiche scientifiche con Paracelso e soprattutto teorizzatore della superiorità dell’autorità civile su quella religiosa, i cui testi circolavano principalmente in area anglosassone, circostanza che, se si dimostrasse con certezza l’appartenenza dell’opera, aprirebbe la strada ad ipotesi affascinanti sulla provenienza e sulle idee di Mainerionota 6 .
Naturalmente l’importanza di questi testi non va esagerata, ma va vista come si è detto nel contesto dell’epoca, tuttavia questo patrimonio librario delinea sicuramente una personalità aperta a svariati interessi e potrebbe aprire interessanti scenari alla luce delle particolarità armoniche dell’opera in analisi che verranno descritte nei prossimi interventi.
Questo processo non ebbe tra l’altro conseguenze sulla carriera dell’autore, che i documenti mostrano negli anni successivi ancora impegnato con svariate cariche presso la diocesi udinese. Tuttavia nel 1570 egli decise un cambiamento di sede e, dopo un esame in “lectura et cantu” , ottenne la mansioneria della Cappella di Aquileianota 7.

I dodici anni trascorsi al servizio della Chiesa di Aquileia furono i più sereni e prolifici di Mainerio, sia sotto l’aspetto della carriera ecclesiastica (e quindi della tranquillità economica) sia per quanto riguarda la produzione musicale. Egli infatti ottenne rapidamente cariche sempre più alte e remunerative fino ad essere nominato, nel 1576, Maestro di Cappella titolare della Santa Chiesa di Aquileia. Nel frattempo egli produsse le opere per cui è tuttora conosciuto: la raccolta di Magnificat qui in esame, edita nel 1574, il celebre "Primo libro de’ balli a quattro voci accomodati per cantar et sonar d’ogni sorte d’istromenti", edito a Venezia da Gardano nel 1578, e nel 1580, i Sacra cantica Beatissimae Mariae Virginis omnitonum sex vocum parium canenda, editi a Venezia da Angelo Gardanonota 8 .
All’epoca di quest’ultima composizione, tuttavia, Mainerio già accusava problemi di salute, tanto che i documenti certificano diverse sue assenze dagli impegni liturgici e il 4 maggio 1582 ne registrano l’avvenuto decesso.

Queste poche notizie biografiche non possono dare conto della produzione dell’autore e anche gli studiosi (basti citare Manfred Schuler)nota 9 hanno a lungo trascurato la produzione sacra di Mainerio, mettendola in secondo piano rispetto all’altro, ben più noto, suo lavoro, il Primo libro de’ balli (1578), considerato molto interessante per la ripresa e la rielaborazione di musiche popolari e per la forma, per alcuni precorritrice della più moderna suite.
Purtroppo i Sacra Cantica ci sono giunti gravemente incompleti, ma un’analisi approfondita della raccolta dei Magnificat ha portato in luce elementi di grande interesse, che questi interventi vogliono rendere noti ad un pubblico più vasto possibile di studiosi, in modo che si apra almeno un dibattito sulla reale importanza di questo autore.
La raccolta in questione si compone di sedici brani, due per ognuno degli otto modi ecclesiastici, ma in realtà i Magnificat completi risultano essere otto, poiché l’autore, com’era in uso all’epoca, ha diviso versetti pari e dispari musicandoli separatamente. La maggior parte dei brani segue l’abitudine dell’epoca di trarre spunto per il materiale melodico dai canti fermi gregoriani corrispondenti, mentre il I Magnificat quinti toni e il II Magnificat sexti toni sono intitolati rispettivamente "Sulla battalia italiana" e "Sulla battaglia francese", poiché rielaborano spunti tratti da due famosi brani descrittivi molto conosciuti all’epoca.

Notevole è anche la varietà di gruppi, consort, registri e soluzioni vocali utilizzati dall’autore, che probabilmente ha voluto fornire materiale fruibile dal maggior numero possibile di enti ecclesiastici, dalle grandi istituzioni (che potevano eseguire i diversi brani a doppio coro) alle piccole cappelle, che potevano approfittare dei vari brani a due, tre e quattro voci. L’autore inoltre ha elaborato svariati brani a voci pari ed ha spesso fatto uso dell’artificio delle “chiavette”, dando la possibilità di utilizzare consort gravi o acuti a seconda delle potenzialità dei cantori delle più varie realtà religiose. Questa caratteristica notoriamente non è esclusiva di questo lavoro, ma si ritrova nella maggior parte delle raccolte a stampa del periodo, poiché le stamperie dovevano necessariamente seguire le leggi del mercato e quindi pubblicare opere che andassero il più possibile incontro alla domanda. Di conseguenza si trovano stampate grandi quantità dei brani che venivano eseguiti più spesso in polifonia (soprattutto messe più o meno complete e brani degli Uffici più importanti) e in queste opere è molto raro trovare tracce delle specificità culturali degli autori, poiché il materiale edito doveva risultare appetibile al maggior numero di istituzioni possibilinota 10. Ciò comporta che anche nell’opera di Mainerio sarà difficile scoprire tracce macroscopiche delle usanze aquileiesi, poiché la dedica al Capitolo Patriarcale era probabilmente poco più che un formale e dovuto segno di rispetto per l’istituzione a cui l’autore offriva i suoi servigi, mentre egli necessariamente avrà dovuto soddisfare le richieste dello stampatore, che non avrebbe investito in un prodotto vendibile in un contesto eccessivamente limitato. E’ ovvio quindi che la raccolta in analisi non va considerata un prodotto tipico dell’ambiente friulano, ma va considerata all’interno delle grandi correnti della musica europea dell’epoca.

Lo scopo di questo lavoro infatti è, tramite un’analisi su diversi livelli, esaminare quest’opera per osservarne gli aspetti di omogeneità con la musica coeva e sottolinearne le peculiarità. Tra esse sicuramente sono degni di nota gli spunti tratti da opere profane, che aprono anche interessanti spiragli sulla circolazione di opere straniere in un territorio come il Friuli, certamente periferico sebbene all’epoca coinvolto in vivaci fermenti storici e culturali.

Ancora più singolari sono le particolarità armoniche che si incontrano in questa raccolta, quali cadenze ormai desuete e intervalli e accordi fortemente dissonanti. Alcuni di questi caratteri, sostanzialmente unici all’epoca e tipici di questo autore, sono riscontrabili anche nel Primo libro de’ balli, che però, almeno per quanto riguarda la stampa, è posteriore ai Magnificat e risulta inferiore sia per quanto riguarda la frequenza delle “licenze” sia per la loro portata.
Al fine di studiare lo stile dell’autore si è analizzato l’opera sullo sfondo delle tendenze dell’epoca, osservando il comportamento del compositore riguardo alle regole in uso e considerandone il linguaggio alla luce degli stilemi tipici dei grandi musicisti del periodo, cercando di spiegare e interpretare le profonde singolarità che si sono incontrate.
Si è inoltre svolta un’analisi comparata con i brani di ispirazione, cioè le melodie gregoriane che solitamente fornivano il materiale primario per i Magnificat e, per i due brani tratti dalle Battaglie, le rispettive partiture, per osservare la rielaborazione o meno degli spunti, le variazioni di linguaggio a confronto con opere diverse e la capacità di far propri i caratteri stilistici di generi differenti.

Le fonti utilizzate per l’analisi sono il microfilm della stampa, il cui unico originale è conservato presso il British Museum di Londra, la trascrizione in notazione moderna di Siro Cisilino, conservata, come il microfilm, negli archivi della Fondazione Cini di Venezia, e le trascrizioni moderne delle due battaglie. Si sono inoltre utilizzati per uno studio comparativo esempi di brani di grandi compositori coevi e trattati attuali e dell’epoca sulla polifonia in generale e su Magnificat e Battaglie in particolare.
Il lavoro è stato reso complesso dalla scarsità di studi a cui appoggiarsi nell’analizzare alcuni aspetti dell’opera, quali le particolarità armoniche, a cui si è cercato di ovviare con l’aiuto di esperti trascrittori ed esecutori e con studi che fornissero notizie indirette. Anche la mancanza del manoscritto originale e la scarsità di notizie riguardo all’autore sono state fonte di problemi, poiché hanno mantenuto un margine di ambiguità ad alcune ipotesi che si sono formulate.

Nei prossimi interventi verranno analizzati i due Magnificat basati sulle Battaglie per poi concentrare l’attenzione su vari aspetti stilistici del lavoro, quali le particolarità armoniche e l’utilizzo delle voci e dei temi gregoriani.

©Dott.ssa Arianna Plazzotta, 2006

NOTE

1. Vedi G. VALE, La Cappella Musicale del Duomo di Udine, in Note d’Archivio per la Storia Musicale, Fondazione Levi, Venezia, VII, 1932, pp 87-201 e Vita Musicale nella Chiesa Metropolitana di Aquileia (343-1751), in Note d’Archivio per la Storia Musicale, op cit., anno 1932, pp 201-216. Vedi anche G. PRESSACCO, Giorgio Mainerio: nuovi documenti d’archivio, in Rassegna Veneta di studi musicali, Comitato per la pubblicazione di fonti della cultura musicale veneta, Università di Padova, Università di Venezia, II-III, 1986/87, pp 307-330

2. Questi due autori testimoniano come l’ambiente udinese, forse anche per la posizione di satellite rispetto a Venezia, fosse vivace ed arricchito dalla presenza di musicisti molto validi. Gabriele Martinengo (Maestro di Cappella tra il 1561e il 1567), laico, probabilmente veronese di nascita, fu allievo del celebre Adrian Willahert e da lui stesso raccomandato al Capitolo di Udine nel 1560 mentre ricopriva l’incarico di maestro di cappella a Zara; la sua abilità compositiva è testimoniata da tre libri di madrigali stampati a Venezia tra il 1544 e il 1580 e da altre composizioni presenti in varie antologie. Il romano Ippolito Camaterò di Negri lo sostituì nel 1567 (dopo una breve parentesi di incarico a Domenico Micheli fino al 1570, dopo aver già ricoperto incarichi prestigiosi quali maestro di musica presso l’Accademia Filarmonica di Verona e maestro di cappella presso le cattedrali di Vicenza e Treviso. Dopo la parentesi udinese, divisa in due momenti, fu ancora onorato di prestigiosi incarichi in varie città, fino alla conclusione della carriera presso la cappella pontificia. Di lui rimane un vasto catalogo di opere, tutte stampate a Venezia, che comprende musiche sacre (Messe, Salmi, Magnificat, spesso policorali) e madrigali a quattro e cinque voci. Molte di queste opere furono composte durante la permanenza a Udine e dedicate a enti e autorità della città friulana. Per le notizie su questi autori vedi METZ-COLUSSI, Musica e società a Udine al tempo di Alessandro Orologio, Associazione Antiqua-Società Filologica Friulana, Clauzetto-Udine, 2000, pp 46-50 e G. VALE, La Cappella Musicale del Duomo di Udine, op. cit.

3. L'elenco dei libri ritrovati è incluso tra i documenti relativi al processo ed è riportato nelle opere di G. PRESSACCO, Giorgio Mainerio: nuovi documenti d’archivio, op. cit. e, con un ampio commento, in Sermone, cantu, choreis et marculis, , Società Filologica Friulana, Udine, 1992, pp 93-101.

4. Idem

5. Idem

6. Pressacco ha ipotizzato, analizzando un documento conservato nell’Archivio Storico Provinciale di Gorizia, una possibile origine scozzese dell’autore. Si tratta di una lettera in tedesco antico datata 1555 e indirizzata ai consiglieri della Camera Arciducale di Graz. In essa si difende un organista, “buon musico e bravo nel suonare strumenti a chorda” dall’accusa di essere un “bandito” dalla Repubblica Veneta, rifugiatosi a Gorizia, allora città dell’Impero. Si afferma che il padre di quest’ultimo “era uno scozzese di nascita”, ma il figlio risulta essere “nato a Parma in Italia”, ed è un musicista talmente valido che “è stato nominato organista e istruttore della gioventù e di tanto in tanto intrattiene gli invitati durante le feste nuziali, ma in modo particolare in occasione delle cerimonie religiose”. Si aggiunge che il musico in questione “fa scuola nella parte bassa della città da otto anni e ha comprato un podere, con il proposito di abitarvi con la moglie e il figlio”. Ciò detto, si conclude pregando di non destituire il musicista dal suo incarico, poiché “non hanno espresso nessuna lagnanza contro di lui” e non si mancherebbe di punirlo qualora si riscontrasse “in lui qualcosa di nefando”. La mancanza di prove inconfutabili e la presenza di alcune incongruenze (ad esempio non si fa nessun cenno ad eventuali cariche religiose, anzi, si parla di moglie e figlio) costringono a rimanere nel campo della mera congettura e a dare un peso relativo a questo documento che, altrimenti, potrebbe anticipare di oltre dieci anni la data per ora certa dell’arrivo del musicista nelle terre friulane.Vedi G. PRESSACCO, Canti , discanti e…incanti. Intorno alle avventure inquisitoriali di un organista friulano del ‘500, in Spilimberc, Società Filologica Friulana, Udine, Il Campo, 1986, riedito in L’arc di San Marc, Goliardica Editrice, Trieste, 2004, pp 231-246.

7. Per le notizie riguardanti il periodo aquileiese vedi A. ARCANGELI, Il Primo Libro de’ Balli di Giorgio Mainerio, Tesi di Laurea dell’a. a. 1982-1983 presso il DAMS di Bologna, pp 39-42, G. PRESSACCO, Giorgio Mainerio: nuovi documenti d’archivio, op. cit., G. VALE, Vita Musicale nella Chiesa Metropolitana di Aquileia (343-1751), in Note d’Archivio per la Storia Musicale, op cit., in cui sono citati gli Acta Capituli Aquileiensis relativi al compositore.

8. Per le notizie sulle opere vedi A. ARCANGELI, op. cit., pp 40-42 e G. PRESSACCO, La musica nel Friuli storico, in Enciclopedia monografica del Friuli Venezia Giulia, Istituto per l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, Udine, 1981, vol. 3, La storia e la cultura, parte IV , pp 1978-2007, pp 1594-1595

9. M. SCHULER, Einleitung a Giorgio Mainerio, Il primo libro de’ balli (Venedig 1578), a cura di M. Schuler, Schott (Musikalische Denkmaler – Band V), Mainz, 1961, pp 7-10.

10. Questa teoria è stata sostenuta dal Prof. D. BRYANT durante il suo intervento dal titolo Edizioni di musica sacra di autori friulani in occasione del convegno dal titolo Alessandro Orologio, musico friulano del ‘500 e il suo tempo (Udine, Casa della Contadinanza, 16/10/2004), sulla base di una ricerca svolta sui repertori prodotti dalle stamperie venete nel XVI secolo. La teoria della stampa musicale come “filtro” per la diffusione delle opere e creatrice del gusto è sostenuta anche da C. GALLICO in Dal laboratorio di Ottaviano Petrucci: immagine, trasmissione e cultura della musica, in Rivista Italiana di Musicologia, Società Italiana di Musicologia, Roma, Vol. XVII, 1982, pp 187-206

 

[Continua nel prossimo numero]

 

 
 
 
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