Seconda parte
Se la prima parte delle Istitutioni Harmoniche
tratta fondamentalmente di questioni matematiche ed in particolare
della teoria delle proporzioni, la seconda applica i concetti
appresi ad un fondamentale argomento: la natura e la struttura
della scala musicale
con la conseguente teoria
e pratica del temperamento.
Questo argomento è affrontato subito dopo una serie di
considerazioni di grande interesse storico e culturale che, apparentemente
esponendo questioni riguardanti la musica greca, riguardano in
realtà la posizione che, secondo Zarlino, spetterebbe al
musicista nell'ambito della società umana. Trattandosi
di questioni non tecniche, ci limiteremo - con vivo dolore - ad
accennarvi brevemente.
Musica dei Greci e musica dei 'moderni'
Secondo la narrazione degli antichi,
i Greci usavano solo gli intervalli che danno consonanze dette
perfette, ovvero l'ottava,
la quarta, la quinta (più gli intervalli ottenuti
aggiungendo ai precedenti un'ottava, con il limite invalicabile
delle due ottave). Z. rivendica però la legittimità
anche delle terze e delle seste, chiamate consonanze imperfette,
al punto da dichiarare che la musica dei Greci "sia stata
da principio semplice, rozza, & povera di consonanze"
proprio perché mancante di queste consonanze.
L'origine di tutta la faccenda sta, secondo Zarlino, nel fatto
che Pitagora aborriva il non semplice. Si dà il caso che
le proporzioni che esprimono ottava, quarta e quinta siano tutte
dei tipi semplici cioè
il molteplice ed il
superparticolare (v.
seconda e terza
puntata, nel n° 6 e 7 della Rubrica). Per la verità,
anche le proporzioni superparticolari che esprimono le terze sono
di per sé semplici, ma non possono essere ammesse perché
creerebbero un problema: combinandosi con la quarta genererebbero
infatti le seste (esacordi) maggiori e minori, espresse, ahimè,
da proporzioni superpartienti
(5:3 e 8:5), che per i pitagorici erano assai 'meno razionali'
e 'meno semplici' e generavano intervalli composti.
Seguendo questo modo di ragionare, dunque, le terze, che generano
le seste, che a loro volta sono consonanze poco razionali e quindi
imperfette, devono a loro volta essere considerate imperfette.
Abolendo terze e seste e limitandosi dunque alle consonanze di
ottava, quarta e quinta, il quattro (ovvero Quaternario,
numero per il quale i Pitagorici avevano una particolare venerazione)
diventa quello che potremmo definire il 'numero generatore' di
tutte le consonanze perfette. Combinando i primi quattro numeri
in proporzioni di maggiore inequalità, otteniamo infatti
l'ottava (2:1), la diapasondiapente (ottava più quinta,
3:1), la disdiapason (due ottave, 4:1), la quinta (3:2), la quarta
(4:3), e ancora l'ottava (4:2 = 2:1), che corrispondono a intervalli
che si possono ottenere combinando fra loro unicamente quarta,
quinta ed ottava.
Si tratta di un modo di ragionare che a noi appare bizzarro, e
tale sicuramente doveva apparire a molti musicisti pratici anche
ai tempi di Zarlino. Va osservato però che la critica zarliniana
non tocca affatto le basi teoriche di questo ragionamento, ma
lo attacca sul versante pratico. Dato che un'armonia priva di
terze e seste è inaccettabile sul
piano pratico, argomenta Z., occorre ammettere terze e
seste, ricorrendo non più al Quaternario come numero generatore,
ma al già visto Senario, cioè al numero sei (v.
prima puntata, n° 5 della Rubrica,
ultimo paragrafo).
La capacità della musica di agire
sulla psiche
Veniamo ora alla questione della capacità
della musica di agire sulla psiche, questione capitale nel contesto
socio-culturale della musica rinascimentale. Se, come abbiamo
visto, la musica dei Greci era imperfetta perché
povera di consonanze, come mai tanti antichi autori degni
di fede ne documentano una tale capacità, che invece sembrerebbe
essere assai meno presente nella musica contemporanea a Zarlino?
Va ricordato infatti che secondo numerosi autori antichi la musica
sarebbe stata utilizzata da musici o filosofi greci per ottenere
una serie di strabilianti effetti, quali guarigioni di soggetti
affetti da patologie psichiche, persuasione di principi e regnanti
ad intraprendere o non intraprendere certe azioni, orientamento
dello stato d'animo e delle opinioni di interi gruppi di persone
e così via.
La risposta di Z. è che la mancanza o la debolezza di tali
effetti nella musica a lui contemporanea non è da ricercarsi
nelle differenze rilevabili tra l'armonia degli antichi e quella
dei moderni (ed in particolare non consiste nell'uso dei generi
cromatico ed enarmonico, come sostenuto da alcuni) ma in altro;
tale risposta è articolata in 5 punti.
1. La musica degli antichi (Greci e Romani) era monodica:
si eseguiva utilizzando un unico strumento di supporto ad un unico
cantore. Z. dice: "li Musici di quei tempi, non usarono la
Musica con tante variate sorti d'istrumenti [...] ne anco le loro
cantilene erano composte di tante parti [cioè non erano
polifoniche]; ne con tante voci facevano i lor concenti, come
ora faciamo: ma la essercitavano di maniera, che al suono di un
solo istrumento, cioè di un Piffero, o di Cetera, o di
Lira, il Musico semplicemente accompagnava la sua voce" .
2. Gli argomenti dei
testi cantati erano "cose gravi, dotte, & composte elegantemente",
con argomenti come le lodi agli dei, la celebrazione di uomini
illustri e così via; inoltre si trattava di argomenti morali,
mentre i contemporanei, intende Z., usano perlopiù testi
che parlano di cose futili.
3. Gli antichi musicisti erano anche poeti, anzi, si identificavano
tout court con i sapienti,
quindi erano persone di particolare preparazione e particolare
valore (a differenza dei musici professionali dell'epoca di Z.).
4. Nella musica il testo
è fondamentale. Se infatti è vero che l'armonia
ha moderate capacità di indurre particolari sentimenti
e che il numero (cioè il ritmo) aumenta tali capacità,
ad esempio disponendo al ballo, è vero però che
è la narrazione di argomenti tristi o allegri ad indurre
tristezza o allegria o altre passioni nell'uditorio convenientemente
disposto. La musica misurata potenzia ed aumenta, quindi, una
virtù che è e resta propria del testo poetico.
5. Perciò ai tempi di Z. la musica esercita ancora effetti
sulla psiche, ma solo quand'è eseguita monodicamente
("con maggiore dilettatione si ode cantare alcuno solo"),
con pochi strumenti
("al suono dell'Organo, della Lira, del Leuto, o di altri
simili istrumenti"), su testi di lunghezza
conveniente e di argomento
adatto ("alcune materie che habbiano del Comico, over
del Tragico, & altre cose simili con lunghe narrationi").
[Nota. Di queste affermazioni, alcuni
punti risultano di particolare interesse.
1. È esposto in termini che non potrebbero essere più
chiari un punto di vista diffuso negli ambienti umanistici: ciò
che importa è il testo poetico, creato dal poeta che è
anche dotto in tutte le discipline e perciò filosofo e
sapiente; rispetto al testo, la musica è ancella, è
appunto, ministra dell'orazione;
2. l'unico modo per valorizzare degnamente la poesia in musica
è l'esecuzione solistica (in subordine, la polifonia omoritmica
è accettabile perché almeno fa comprendere il testo);
la polifonia usuale invece è inaccettabile, benché
diletti assai l'orecchio, perché distoglie troppo l'attenzione
dal testo, attirandola su elementi puramente musicali;
3. all'epoca di Z. (l'opera è del 1558, l'edizione a cui
ci riferiamo del 1561!) l'esecuzione solistica di musica vocale
è prassi del tutto corrente ed accettata in determinati
ambienti, al punto che Z., parlando della sua superiorità
sulla polifonia, può dire: "Ma lasciamo ormai queste
cose: percioché sono quasi manifeste ad ogn'uno, che hà
giuditio". Z. cita come prassi esistente la recitazione musicale,
qualunque cosa ciò possa significare, che all'epoca si
faceva dell'Ariosto, il cui Orlando ha il requisito della
lunga narratione e si ben si contrappone al madrigale,
nel quale si racconta con breve parole una materia breve;
4. infine, la superiorità della monodia sulla polifonia
non è affermata in senso assoluto - dato che Z. riconosce
volentieri che la musica polifonica diletta moltissimo ed ha il
maggior successo - ma nel senso che la monodia ha un effetto sulla
psiche che la polifonia non può avere. La superiorità
della monodia è giustificata perciò dal fatto che
solo questa, per gli umanisti come Z., dà al musicista
il potere di agire sull'animo del pubblico; si tratta dunque,
per il musico-umanista, di recuperare la "riverenza inestimabile"
che avevano, come avverte il Proemio, i primi musicisti, i quali
"acquistorno appresso i popoli tale autorità, che
furno da molto più temuti & onorati, che non erano
gli altri", proprio perché erano in grado di agire
sull'animo degli individui eccitandone o frenandone le passioni.
Il recupero della capacità della musica di agire sulla
psiche è dunque la premessa per l'attribuzione alla categoria
dei sapienti di un'importanza
sociale che avevano avuto solo nell'età dell'oro!]
© Gian Paolo Fagotto,
2002.