|
Prassi esecutiva
Diesis e bemolli nella musica del Rinascimento
(1)

Uno dei problemi più interessanti
della notazione rinascimentale riguarda quello che con la musicologia
anglosassone potremmo chiamare problema del pitch
content, cioè dell'altezza esatta delle note scritte.
Quando si legge un originale, si deve tenere presente che, mentre
il nome della nota (Do, Si ecc.) è indicato in modo preciso
dalla notazione, l'altezza esatta (Do/Dodiesis, Si/Sibemolle ecc.)
non è invece determinata solamente dalla notazione medesima,
ma anche da quell'insieme di convenzioni e di comportamenti che
rientrano nel dominio della prassi esecutiva. La stessa nota, in
altre parole, in alcuni casi poteva avere un bemolle o un diesis
sottintesi oppure, nel caso in cui sia presente un accidente in
chiave, poteva essere sottinteso un bequadro.
Il problema dell'esplicitazione degli accidenti sottintesi è
comunemente indicato dall'espressione musica
ficta, espressione di per sé scorretta, ma ormai entrata
nell'uso moderno con questo significato - ed in questo senso continueremo
ad usarla.
Fig. 1

Fig. 2
Le figure 1 e 2 mostrano due casi tipici
in cui è necessario applicare accidenti sottintesi. Nel primo
caso si tratta della classica cadenza, in cui la consonanza perfetta
finale (in questo caso, l'unisono), deve essere preceduta dalla
più vicina consonanza imperfetta (in questo caso, la terza
minore Fadiesis-La, ottenuta alterando la penultima nota della voce
inferiore). Di questo caso, assolutamente tipico, parleremo naturalmente
a lungo ed in più occasioni. Nel secondo caso, il tritono
melodico di salto nella voce inferiore, che deve essere evitato,
può essere corretto nel modo più semplice bemollizzando
il Si.
È legittimo chiedersi come mai riteniamo necessario intervenire
sulle note scritte: non sarebbe il caso di limitarsi a prender per
buono ciò che i compositori hanno messo sulla carta? In effetti,
si sentono alcuni esecutori eseguire regolarmente cadenze come quella
della figura 1 senza l'alterazione della sensibile (anche perché
questo "fa più antico"). Analogamente, si trovano
edizioni moderne in cui il trascrittore non introduce alcuna alterazione
aggiuntiva rispetto a quelle già riportate dagli originali.
A parte però il caso delle edizioni moderne, che spesso si
spiega nel senso che il musicologo intende presentare un testo su
cui lavorare e non raccomandare una prassi esecutiva, l'idea che
un esecutore di musica rinascimentale possa mettere fra parentesi
il problema della musica ficta, limitandosi a cantare "quel
che è scritto" è semplicemente sbagliata. Un
esecutore di questo genere aveva un nome nei trattati antichi: era
chiamato asino.
Diversi trattati antichi, come vedremo in una successiva puntata
di questi appunti, raccomandano al compositore di non esplicitare
nella partitura gli accidenti sottintesi, perché ciò
sarebbe stato considerato una raccomandazione ridondante ed offensiva
per gli esecutori: in altre parole, sarebbe stato come trattarli
da ignoranti. La cosa era ampiamente risaputa, al punto che, col
passare del tempo, le proteste degli esecutori furono accompagnate
da pressanti richieste che i compositori si decidessero a scrivere
per esteso davvero tutti gli accidenti. Nel frattempo, tutti i musicisti
non asini continuavano ad aggiungere diesis e bemolli, e talvolta
ciò faceva sorgere discussioni e liti, di cui in alcuni casi
ci è stata tramandata documentazione.
Insomma: non c'è alcun dubbio che il problema della musica
ficta esista davvero e che, in altre parole, sia indispensabile
chiedersi, in un certo numero di casi, se quanto vediamo sulla carta
debba essere letto come sta o vada in parte integrato.
In questa nostra rubrica, presenteremo un po' alla volta in riassunto,
senza pretesa di completezza ed anche al di fuori di un ordine cronologico
preciso, alcuni contributi antichi o moderni sull'argomento, significativi
ma o non facilmente reperibili oppure scritti in lingua straniera
(in ogni esposizione saranno inseriti nostri commenti fra parentesi
quadre, chiaramente distinti dal lavoro presentato; quando è
necessario, saranno anche forniti esempi musicali). Si tratta, nelle
nostre intenzioni, di offrire non soluzioni ma materiali di riflessione.
E in ogni caso occorre tenere presente che in un numero non piccolo
di situazioni non esisteva affatto una soluzione univoca, ma una
pluralità di possibilità. Ciò obbliga l'esecutore
avvertito a ragionare con la propria testa, scegliendo la "propria"
soluzione fra le diverse possibili. Ma attenzione, libertà
di scelta non significa arbitrio: non si possono semplicemente aggiungere
alterazioni a piacere, ma è indispensabile seguire la prassi
effettivamente in uso all'epoca. I contributi che presenteremo hanno
proprio questo scopo: desumere e comprendere la prassi reale (o
le prassi reali) per usarle come guida per i moderni esecutori.
Cominciamo con un articolo assai interessante
apparso alcuni anni fa.,
Anthony Newcomb, Unnotated Accidentals
in the Music of the Post-Josquin Generation (1997)
Le intavolature
Benché la lettura dei trattati sia
indispensabile, la soluzione del problema della musica ficta non
si ricava semplicemente dalla lettura di questi, perché "i
teorici non si sono mai rivolti agli aspetti primari di questa particolare
questione, la quale consisteva in usi di notazione e di prassi esecutiva"
(pag 215). Una fonte straordinaria di informazione è però
costituita dalle intavolature liutistiche, per il semplice motivo
che questa tecnica notazionale di per sé stessa è
priva di ogni ambiguità su eventuali alterazioni della nota.
Tema dell'articolo di Newcomb sono in particolare i Mottetti del
Primo Libro di Gombert. Questi mottetti vengono confrontati con
intavolature che, essendo apparse in anni immediatamente successivi
alla pubblicazione dei mottetti medesimi, si deve supporre siano
informate da criteri esecutivi compatibili con quelli degli esecutori
di Gombert. Dal confronto si ricavano informazioni preziose per
capire in quali casi alle note scritte nella partitura destinata
ai cantanti si debbano, o si possano, aggiungere alterazioni.
[Nota. I liutisti hanno intavolato una quantità enorme di
musica polifonica non originariamente scritta per strumenti a pizzico,
ma per le voci. In particolare, per quanto ciò possa apparire
strano, sono numerosissime le intavolature di composizioni sacre
o liturgiche. Ciò consente di confrontare le versioni liutistiche,
in cui la musica ficta è completamente esplicitata, con gli
originali vocali.]
Newcomb risponde anzitutto ad alcune obiezioni che vengono mosse
da quei musicologi che si oppongono all'uso delle intavolature per
la soluzione del problema della musica ficta. La più importante
di queste obiezioni è la seguente: le intavolature "sono
arrangiamenti per un altro strumento [medium]" (pag. 215),
cioè non per gruppi di voci o strumenti melodici, ma per
un unico strumento polifonico. Il senso di questa obiezione è
che il comportamento di un singolo esecutore all'interno di un gruppo
è spesso determinato da ragionamenti sugli aspetti melodici
relativi alla propria parte, più che da considerazioni di
natura armonica che invece sono ineliminabili per chi suona uno
strumento in grado di eseguire accordi; in altre parole: "i
liutisti pensano la musica in modo diverso dai cantanti" (pag.
216). In risposta, Newcomb argomenta che esiste una quantità
di problematiche comuni sia ai gruppi di voci o strumenti melodici
sia agli strumenti polifonici, ad esempio: alterazioni della sensibile
in cadenza, relazioni verticali non armoniche, frasi melodiche esposte
i cui estremi stanno in relazioni non armoniche, il problema della
terza maggiore nell'accordo finale di cadenze importanti e così
via (pag. 216).
[Nota. Occorre aggiungere una risposta ulteriore a questa importante
obiezione. Se i singoli esecutori vocali o strumentali fossero stati
sistematicamente privi di un maestro di cappella oppure sordi o
completamente inesperti di armonia, l'obiezione sarebbe invincibile.
Tuttavia, così non è mai stato. Esattamente come oggi
il direttore musicale dell'esecuzione interviene per regolare questioni
che sono accessibili con difficoltà al singolo interprete
(ad esempio l'equilibrio sonoro fra le voci), così è
inconcepibile che anticamente non intervenisse per regolare, ad
esempio, situazioni armoniche chiaramente insoddisfacenti create
da un'insufficiente o un'esagerata applicazione della musica ficta.
In questo senso, il punto di vista del direttore e del pubblico
coincidono strettamente. In secondo luogo, anche senza un direttore,
i cantanti provano disagio in presenza di dissonanze ingrate, che
ostacolano la loro intonazione, tanto quanto tendono ad opporsi
ad intervalli melodici difficilmente cantabili. Infine, non si deve
dimenticare che presso le cappelle musicali assai frequentemente
erano presenti e partecipavano alle esecuzioni gli organisti, le
cui esigenze armoniche sono strettamente simili a quelle dei liutisti.
È difficile immaginare che costoro non segnalassero almeno
i problemi più gravi, specialmente in tutti quei non rari
casi in cui l'organo accompagnava le voci. Se questo ragionamento
è sensato, allora la differenza tra un gruppo organizzato
di esecutori ed un singolo suonatore di strumento polifonico non
è poi così grande.]
Vari tipi di "regole"
Dal confronto fra le versioni vocali e
quelle intavolate dei mottetti emergono alcune importanti conclusioni,
che possono essere classificate in tre diverse categorie:
I. le situazioni nelle quali, per accordo pressoché unanime
fra i vari intavolatori, esiste un unico comportamento corretto,
che dunque può essere considerato regola o almeno linea guida
relativamente sicura;
II. quelle che invece presentano più alternative possibili,
ognuna corretta, fra le quali si può scegliere;
III. quelle infine in cui sono possibili comportamenti che appaiono
semplicemente come scelte estetiche dettate primariamente dall'esigenza
della varietà.
Queste distinzioni sono estremamente importanti. "Voglio insistere
in particolare sulla differenza tra le soluzioni che dovrebbero
e quelle che potrebbero essere date ai problemi - cioè sulla
differenza tra quelle situazioni per le quali c'era un diffuso accordo
su come andavano trattate e quelle situazioni rispetto alle quali
c'era più di un modo, appropriato e corretto, di comportarsi."
(pag. 216). Presentiamo di seguito, in modo molto riassuntivo, le
principali conclusioni a cui è arrivato Newcomb in seguito
all'analisi dei materiali, in particolare quelle comprese nelle
prime due categorie. L'ordine in cui sono disposte non è
quello originale.
© Gian Paolo Fagotto per ANTIQUA,
2002.
[Continua nel prossimo
numero]
|