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Fabio Metz, Franco Colussi
Musica e società a Udine al tempo di Alessandro Orologio
Sommario del volume
Fabio Metz, Immagini
di un breve viaggio nella Udine del Cinquecento
leggi una pagina
· L'immagine della città
· I notai
· La stampa
· Religiosi e clero secolare
· Le donne
· Nota bibliografica
Franco Colussi, La
musica a Udine nel XVI secolo: i protagonisti, le occasioni, i luoghi
leggi una pagina
· Le prime notizie di carattere
musicale I primi organisti e l'organo
· Il secolo XVI
· Maestri di cappella e cantori del Duomo nel XVI secolo
· Gli organisti del Duomo nel XVI secolo
· La compagnia strumentale del Comune di Udine
· Le fraterne
· Le processioni
· Balli e feste
· La musica nella formazione nobiliare
· Bibliografia essenziale

Una pagina tratta da:
Fabio Metz
IMMAGINI DI UN BREVE VIAGGIO
NELLA UDINE DEL CINQUECENTO
"[
] Dietro le facciate degli edifici della rappresentanza
politica, delle chiese, dei palazzi privati, nella rete delle vie
e degli slarghi, quasi sempre le une e gli altri ad andamento irregolare
ed esulante da un qualsivoglia piano regolatore, si annidava l'edilizia
minore fatta di case e casupole dal piano terra in muratura e dal
primo piano in legno o in graticci lignei tamponati con malta, mattoni
e pietrame, dal tetto in paglia o in tavole oppure in scandole (tant'è
che in sede di contratto notarile l'eventuale tessitura "de
muro" e la copertura in "coppi" nel contratto veniva
messa in bella evidenza con conseguente lievitazione del prezzo),
dalle diradate aperture protette da imposte di legno.
A farla da padrone - periodicamente
- era il fuoco come nei borghi di S. Lazzaro, Villalta e Gemona
avvenne nel 1419 (duemila all'incirca le catapecchie divorate dalle
fiamme) e poi ancora, in altri luoghi della città, nel 1475
e 1481. Ad arginare la sciagura, nell'immediato non v'erano che
i volontari richiamati dalle campane ché solamente nel 1524
la città provvide all'istituzione di una sorta di servizio
di vigilanza contro gli incendi e nel 1562 si mise insieme una qualche
dotazione di carattere tecnico atta a contrastare con una qualche
efficacia la furia delle fiamme.
Tra quelle case e quelle vie
s'aprivano varchi più o meno ampi destinati ad orto od a
vigna, al pascolo di ovini (36 soli i capi per famiglia consentiti
nel 1596), suini (diverse dozzine ne venivano allevate in via Poscolle),
bovini ed equini. Questi spazi erano cintati alla meglio onde evitare
sempre poco gradite visite di estranei, mentre invece a quei capi
di bestiame era garantita una sorta di libera circolazione per la
città, entro cui potevano arrivare sino al sagrato del duomo
o ai diversi cimiteri circondanti le altre chiese cittadine, dove
poteva avvenire avessero a grufolare (nel caso si trattasse di porci)
tra le sepolture fino a dissotterrare le ossa dei defunti.
Sulla rete viaria e sugli
spazi delle piazze s'affacciavano, con le attrezzature del mestiere,
artigiani e commercianti. Ingombri di banchi e bancarelle erano
pure i portici e gli androni, mentre chi faceva mercato o vendeva
al minuto s'accampava dove poteva senza disdegnare, ma anzi prediligendola,
l'area che s'apriva di fronte alla pubblica loggia.
Un panorama del quale, come
in tutte le altre città dell'epoca, erano protagonisti tra
i principali il fetore emanato dai depositi di letame accatastato
in diversi luoghi della città (perfino di fronte alle chiese),
lo sgocciolare delle "scaffe", di secchiai e dei luoghi
di decenza sulle pubbliche vie, i depositi di sterco dei greggi
e delle mandrie che attraversavano la città. Una situazione
a rimediare la quale s'aveva un bell'istituire, sulla fine del Cinquecento,
un corpo di scopatores a retribuzione pressochè nulla,
ma con il permesso di trattenere presso di sé quanto racimolato
lungo le strade e le piazze udinesi, diventato fonte di reddito
una volta riproposto quale concime per orti e braide della città.
[
]"
Fabio
Metz
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Una
pagina tratta da:
Franco Colussi, LA MUSICA A UDINE NEL XVI SECOLO: I PROTAGONISTI,
LE OCCASIONI, I LUOGHI
"[
] Si ballava in pubblico e nelle case private, in castello
e in piazza, nei crocicchi e sotto la loggia comunale, di giorno
e di notte, di carnevale e, tolta la quaresima, tutti gli altri
mesi dell'anno, per festeggiare ricorrenze civili e per onorare
il beato Bertrando e i santi titolari delle varie chiese.
Lo stesso Comune di Udine
organizzava i balli pubblici per le maggiori feste cittadine ed
in occasione delle fiere, dell'arrivo o della partenza di luogotenenti
e personaggi di rilievo, provvedendo anche a pagare i suonatori;
altre volte erano i privati a farsene carico ed allora dovevano
ottenere il permesso del Comune, permesso che perlopiù veniva
concesso insieme a un contributo economico a condizione che i richiedenti
dimostrassero di essere in grado di sostenere le spese per il tavolato,
per i sedilia mulierum (le tribune per le donne), per il palco dei
sonatori e per il compenso da dare a questi ultimi.
Feste e balli pubblici erano
sostenuti anche perché in qualche misura limitavano i festini
privati occulti e potevano costituire una buona politica matrimoniale
"a favor forse di molte impensate copole matrimoniali che mediante
tai torneamenti far se potriano".
Balli, debitamente autorizzati,
si facevano nei borghi di Grazzano, di Gemona, di S. Lucia, nelle
contrade di S. Cristoforo, di S. Bartolomeo, in porta Ronchi, in
Poscolle: il 24 gennaio ballo in Mercatonovo ad istanza della fraterna
di S. Nicolò; il 4 maggio in Pracchiuso in onore dei SS.
Gervasio e Protasio; il 30 giugno davanti alla chiesa di S. Maria
Maddalena; il 16 agosto in Poscolle per festaggiare S. Rocco; un
altro giorno in borgo Aquileia per S. Pietro.
Fra tutti i balli i più
spettacolari erano quelli che si tenevano ogni anno in Mercatonovo,
a carnevale, nei giorni festivi dal 17 gennaio a quello delle Ceneri,
compresi l'ultimo lunedì e martedì, e qualche altro
giorno non festivo. Alla musica provvedeva il Comune che mandava
i suoi suonatori o ne assoldava di privati se i suoi erano occupati
al seguito del luogotenente, così come provvedeva a fornire
i suoi palchi per le donne e per i pifferi.
Poche volte nel corso del
secolo s'era rinunciato a questo svago e ciò era avvenuto
solo nei periodi in cui infuriava la peste (ad esempio nel 1551,
nel 1527 e nel 1556-'57). Passato il contagio però si recuperava
quanto perduto "affinché gli animi di tutti, dopo tanti
travagli e gravi cose vedute, si rilassino alquanto et nella comune
allegrezza si ritornino".
Naturalmente si ballava anche
nei palazzi della nobiltà, ma in proposito disponiamo di
minor documentazione e dobbiamo accontentarci di riferimenti indiretti,
tratti dalle cronache dell'epoca. Eccone due esempi: un clavicembalo
accompagnava i canti e i balli in casa Savorgnan la vigilia di quel
terribile giovedì grasso del 1511 quando la rabbia popolare
si scatenò contro i castelli e i palazzi nobiliari; e da
un ballo in casa del nobile Bernardino Antonini era di ritorno,
nel maggio del 1565, il canonico Livio Partistagno, quando assalì
e ferì Odorico Rinoldi per questioni di precedenza.
Lo stesso palazzo del luogotenente
veneto era spesso sede di serate dedicate alle danze e ad alcuni
balli popolari; e ciò provocava frequenti contese tra i deputati
della comunità cittadina ed il luogotenente per accaparrarsi
gli strumentisti comunali.
Un'ultima notazione "di
colore" riguardante il ballo: i deputati del Comune di Udine
nel 1501 negarono il permesso all'orefice Bertrando che voleva aprire
una "schola saltationum sive tripudiorum", ossia una scuola
di ballo, nella "sala della stufa" del palazzo comunale:
temevano danni alla struttura pubblica, o ritenevano del tutto inutile
far impartire lezioni di ballo a gente che possedeva l'arte coreografica
per generazione spontanea e che ballava disperatamente per tutta
la vita? [
]"
Franco
Colussi
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